Introduzione

Così come il primo articolo della nostra costituzione delinea l’identità nazionale, gli infortuni e le patologie sul lavoro stanno sempre più caratterizzando quella delle attività produttive italiane.

Ogni anno, gli infortuni e le malattie professionali sono in costante aumento, con conseguenze pesantissime, da un punto di vista sociale ed economico, per i lavoratori, ai quali procurano sofferenza personale e possibile riduzione di reddito; per i datori di lavoro, perché riducono l’efficienza aziendale; per il Paese, perché incidono sulla spesa sanitaria e previdenziale.

Per rendersene realmente conto è fondamentale analizzare i dati forniti dall’ Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro (OSHA) e l’Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (INAIL).

La quota maggiore delle malattie professionali denunciate in complesso interessa l’apparato muscoloscheletrico ed osteoarticolare.

Secondo l’INAIL, In Italia il 46% degli occupati lavora in posizioni dolorose o stancanti; il 35% trasporta o movimenta carichi. 

Fra questi lavoratori, i disturbi e le malattie acute e croniche della schiena sono diffusi più che in altre collettività di lavoro.

Nella maggior parte dei casi, se si escludono i traumatismi diretti, gli infortuni sul lavoro conseguono:

  • Alla movimentazione dei carichi
  • Da patologie da sovraccarico biomeccanico
  1. Movimentazione manuale dei carichi: comprendono tutte le operazioni di trasporto o di sostegno di un carico (sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico) che, per caratteristiche proprie del carico stesso e in situazioni ergonomiche sfavorevoli, comportano rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari;
  2. Patologie da sovraccarico biomeccanico: patologie delle strutture osteoarticolari, muscolotendinee e nervovascolari, causate da una richiesta eccessiva rispetto alle capacità individuali del soggetto.

L’incidenza degli infortuni sul lavoro è influenzata da fattori di rischio individuali (caratteristiche proprie dell’individuo e delle sue abitudini) e da fattori di rischio professionali.

Tra gli ultimi, troviamo gli sforzi prolungati, lo sviluppo di forza manuale, le posture errate, il riposo insufficiente, le vibrazioni, l’elevata ripetitività dei gesti, la frequenza e velocità dei movimenti.

“Il problema non è il problema, ma il tuo atteggiamento verso il problema”

(Jack Sparrow)

Se il lavoratore non possiede le competenze necessarie per muovere il carico in sicurezza, come si può pretendere che ogni giorno si rechi al lavoro senza il rischio di infortunarsi?

Se non è sufficientemente preparato, come può eseguire i gesti ripetitivi richiesti dall’attività lavorativa senza che prima o poi sviluppi patologie da sovraccarico biomeccanico?

La risposta sta nell’adozione di un approccio mirato all’apprendimento di abilità motorie necessarie al sostenimento delle richieste lavorative.

 L’obiettivo è quello di ridurre al minimo il rischio d’infortunio e l’insorgenza di patologie da sovraccarico grazie ad un approccio scientifico,rispettando i tempi fisiologici dell’apprendimento motorio e degli adattamenti offerti dalle esercitazioni.

Bisogna iniziare a pensare che così come essere atleta viene considerata una professione, così un dipendente, che muove carichi o compie movimenti ripetitivi (che si possono considerare in tutto e per tutto gesti atletici, che sottostanno alle leggi dell’apprendimento motorio) dovrebbe essere considerato come un vero e proprio atleta, il quale necessita degli strumenti fondamentali per ottenere la massima performance con il minimo rischio d’infortunio.

Diventa necessario un vero e proprio load-management  e siccome il lavoratore non può sottrarsi alle richieste lavorative è necessario che arrivi ad un livello di condizionamento ottimale.

Stateflow si identifica in diversi punti fondamentali per raggiungere questi obiettivi:

  • Il corpo è una superficie recettoriale in grado di creare rappresentazioni interne e del mondo esterno.
  • L’apprendimento motorio è l’unico mezzo per arricchire il repertorio motorio.   L’efficacia del processo avviene solo se sussistono azioni stabili e la considerazione del corpo in movimento come un sistema complesso.
  • I movimenti, gli atti motori e le azioni, svolte dall’essere umano avvengono tutte contro una resistenza.

Il focus è la persona nel suo insieme, al fine di coinvolgerla completamente nell’apprendimento del gesto con una particolare attenzione alla consapevolezza delle percezioni sensoriali, il mezzo di unione tra corpo interno e corpo esterno, per portarlo dall’eseguire semplici abitudini motorie, ossia movimenti impliciti, a vere e proprie abilità motorie, frutto di un apprendimento esplicito e cosciente.

Non basta rendere abile l’allievo.

 Vogliamo renderlo competente e consapevole di come il suo corpo si muova nello spazio, con benefici trasmissibili non solo nell’attività lavorativa ma anche nelle attività quotidiane, migliorando la qualità della vita.

Questo è particolarmente vero per questa categoria di soggetti che necessitano il più delle volte di correggere il movimento errato, una questione critica che non può essere assolutamente sottovalutata.

“L’apprendimento è un tesoro che seguirà il suo proprietario ovunque”

L’apprendimento motorio rappresenta le fondamenta su cui costruire il successivo programma di condizionamento, ed è necessario rispettare quest’ordine, infatti, sia gli studi di modellizzazione al computer che gli studi sperimentali sull’uomo hanno dimostrato che le prestazioni possono effettivamente diminuire quando la forza di un muscolo (gruppo) viene allenata senza migliorare la coordinazione intermuscolare e quindi le abilità motorie di una persona.

Non ha senso accelerare senza prima aver tolto il freno a mano.

Man mano che la persona progredisce nell’apprendimento del gesto, si verificano una serie di adattamenti fisiologici, sia a livello del Sistema Nervoso Centrale che a livello muscolo-tendineo e articolare utili nella prevenzione degli infortuni.

Questi adattamenti garantiscono l’aumento precoce della forza a seguito dello stimolo adattivo, grazie al perfezionamento delle azioni posturali anticipatorie che sono fortemente influenzate dalla percezione sensoriale (propriocezione – vista – vestibolo).

 A livello applicativo l’allievo diventerà più efficace nello spostare il carico (aumento della coordinazione intramuscolare e intermuscolare, e maggiore efficienza energetica) riducendo il rischio di sovraccarico funzionale.

L’esecuzione del movimento corretto, unita al rispetto dei tempi di recupero, favoriscono la funzione articolare riducendo il rischio di fenomeni artrosici.

Secondo il modello Persona-Ambiente-Occupazione (Cooper et. Al.), per ottimizzare il transfert dalle abilità motorie acquisite in palestra all’attività lavorativa bisogna considerare anche l’ambiente di lavoro e l’allievo.

Non si tratta solo di insegnare correttamente il movimento.

Si tratta di conoscere dove e come l’allievo opera, e considerare il suo livello di attivazione in funzione del compito.

Un ambiente caldo, umido e rumoroso è diverso da un ambiente secco, freddo e silenzioso, così come tratti psicologici diversi determinano un diverso approccio all’apprendimento.

L’obiettivo è alzare o abbassare il livello di attivazione (arousal) in modo da proporre compiti impegnativi senza eccedere nella richiesta.

Solo così si può ottenere la ritenzione del movimento acquisito e rendere competente l’allievo nella situazione lavorativa.

Solo quando l’allievo ha fatto proprio il movimento, possiamo proporre un programma di allenamento contro resistenza.

L’allenamento contro resistenza non solo migliora la performance atletica, ma migliora la salute muscolo-scheletrica e l’estetica corporea.

Gli effetti fisiologici delle nostre esercitazioni sono un altro strumento fondamentale per contrastare qualsiasi circostanza in cui la debolezza muscolare compromette la funzionalità, inducendo una serie di adattamenti cronici sul sistema muscolo-scheletrico che rappresentano la soluzione sia all’invecchiamento (prevenzione di sarcopenia, osteoporosi, fratture da caduta), da non sottovalutare visto l’aumento dell’età media dei lavoratori, sia agli infortuni da sovraccarico (aumento della forza, aumento delle capacità coordinative e aumento della resistenza tendinea e della densità minerale ossea) anche nei lavoratori più giovani.

Voglio mostrare una breve panoramica sugli:

Effetti sul muscolo:

Il principale adattamento a lungo termine che comporta l’aumento di dimensione del muscolo, e quindi della sezione trasversa anatomica, è l’ipertrofia delle fibre muscolari, largamente documentata in letteratura.

Dopo già un breve periodo di allenamento (8-12 settimane) si verifica l’aumento dell’area di sezione trasversa anatomica del muscolo, che aumenta linearmente senza plateu fino a dopo 6 mesi di allenamento.

L’ipertrofia del muscolo è largamente dipendente dall’entità del carico e dal grado di attivazione muscolare, che sembra essere regolata dai singoli meccanismi di ogni componente muscolare in relazione al tipo di esercizio.

Questo adattamento permette di aumentare il materiale contrattile in parallelo del muscolo (Aumento dei ponti trasversi) incrementando in questo modo la forza prodotta.

Le prime fibre che si adattano a questo tipo di allenamento sono le fibre di tipo II, in quanto hanno una maggiore plasticità, ipertrofizzandosi più rapidamente a seguito di allenamento e atrofizzandosi più velocemente in caso di deallenamento.

Dopo circa 3 mesi di allenamento si osserva un aumento delle fibre IIA a discapito delle forme ibride I/IIA e IIA/IIX, dato dallo shift delle fibre muscolari a seguito dello stimolo allenante.

Grazie all’allenamento a lungo termine (alcuni anni) di forza si osserva inoltre un aumento del contenuto di cellule satelliti (fino al 70 % in più) e del loro stato di attivazione. L’aumento delle cellule satelliti è fondamentale nella prevenzione della sarcopenia e favorisce la rigenerazione muscolare.

Effetti sul tendine e sul tessuto connettivo:

Il muscolo scheletrico si sviluppa all’interno di una matrice di tessuto connettivo che gioca un ruolo nella trasmissione della forza al tendine.

È stato provato che negli animali la rigidità tendinea (stiffness) aumenta in risposta al carico, mentre nell’uomo aumenta in seguito ad esercizio di forza isometrico ed isotonico.

La rigidità tendinea interessa il tempo richiesto per allungare le componenti elastiche in serie interessando sia il delay elettromeccanico sia il tasso di sviluppo della forza, così da influenzare l’applicazione rapida della forza.

Alterazioni dell’architettura muscolare:

L’orientamento dei fascicoli muscolari in relazione al tessuto connettivo/tendine (angolo di pennazione) e quindi la relativa meccanica articolare, influenzano la forza muscolare e possono esibire un certo grado di plasticità con l’allenamento contro resistenze.

Come l’angolo di pennazione nel muscolo aumenta, vi è un concomitante aumento dell’impacchettamento di fibre con stessa area di sezione anatomica (in sintesi aumenta l’area di sezione fisiologica), ma viene prodotta meno forza al tendine da parte delle singole fibre, che vengono a trovarsi ad un angolo più svantaggioso rispetto alla linea di trazione.

Fino ad un certo grado, l’aumento dell’angolo di pennazione produce un vantaggio maggiore rispetto alla perdita di forza delle singole fibre.

É stato identificato che l’angolo ottimale di pennazione è di 45°. Solo pochi muscoli sono vicini al grado ideale, pertanto ci si aspetta che aumentando l’angolo aumenti la produzione di forza, senza che vi sia un aumento eccessivo dell’area di sezione anatomica.

Con un allenamento di forza protratto per 14 settimane si può osservare un aumento dell’angolo di pennazione del 10-16%, che contribuisce in gran parte all’aumento di forza.

Effetti sulla densità minerale ossea:

L’adattamento del sistema scheletrico si osserva solo nel lungo periodo. Sono necessarie dalle 6 alle 8 settimane per osservare incrementi nella densità minerale ossea, un parametro fondamentale per monitorare la salute del sistema scheletrico, soprattutto nelle popolazioni a rischio (anziani e donne in post-menopausa).

Nonostante l’esercizio aerobico e l’esercizio fisico a corpo libero siano importanti per mantenere un buon stato di salute fisica e ossea, studi randomizzati controllati indicano che l’allenamento contro resistenze sembra avere un impatto maggiore sulla densità minerale ossea sia nei giovani adulti che negli anziani, e che l’effetto degli esercizi è relativo al sito specifico del muscolo in azione e all’osso su cui si attaccano.

Questo indica che l’allenamento progressivo può avere un’applicazione clinica significativa nella prevenzione e nel trattamento dell’osteoporosi e di altre patologie degenerative dell’osso in un ampio range di individui.

Anche i lavoratori possono quindi trarre beneficio da questo adattamento, riducendo il rischio di cadute e di fratture da stress.